RICETTE PER CURARE CHI CI CURA

Servono prevenzione e medicina territoriale per tentare di recuperare il controllo del sistema socio sanitario a Verona e nel Veneto. Non serve inseguire continuamente le singole emergenze, serve una vera e propria strategia globale. 



Per troppo ci si è concentrati a far funzionare gli ospedali, suddividendoli in HUB e SPOKE, allocando ingenti risorse economiche  dimenticando che il territorio necessitava di riorganizzazione. I medici di famiglia, lasciati liberi e soli a gestire il territorio sono risultati, nel tempo, insufficienti, in difficoltà  a far fronte alla incontenibile richiesta di cura. Ed ora siamo in questa situazione in cui mancando i filtri di presa in carico territoriali l'utenza si riversa inevitabilmente negli ospedali. Nel mancato controllo del territorio si insinua il "vulnus" del fallimento.

Ad oggi non si ritiene più accettabile  che i medici di famiglia, fondamentali nello scacchiere del sistema sociosanitario territoriale, siano inquadrati come liberi professionisti, convenzionati anziché alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale. Svolgono a tutti gli effetti un servizio pubblico e pertanto devono essere inquadrati all'interno del SSN.

Ora stanno nascendo le nuove Case di Comunità,  finanziate dal PNRR, dove un approccio multidisciplinare permetterebbe ai medici di famiglia di lavorare in team con specialisti, psicologi, infermieri e dove il personale amministrativo potrebbe sollevare i professionisti da tutte quelle pratiche burocratiche che rallentano l'attività di presa in carico. Tali realtà , anche a Verona, hanno bisogno di controllo e verifica costante circa la gestione dei servizi e ancor più quando ci si addentra in esternalizzazioni di servizi attraverso bandi di appalto e capitolati pensati e scritti forse troppo frettolosamente .

Il territorio si completa poi con  gli ospedali di comunità  e le unità riabilitative territoriali che si spera  crescere accanto alle Case di comunità. Luoghi di transizione assistenziale dove assistere i pazienti che non hanno più bisogno del ricovero ma che non possono nemmeno essere ricollocati  a domicilio dove non hanno alcuno che li assista. Strutture di comunità, dirette anche da professionisti non medici,  che eroghino attività complesse a livello oncologico, cardiologico, radiologia per immagini e tanto altro così da permettere una  corretta continuità assistenziale ai pazienti cronici.  

Infine  gli Hospice strutture indispensabili per accompagnare l'utenza quando la medicina non riesce a dare ulteriori riposte.

In questa complessità territoriale c'è bisogno di personale con diverse sensibilità e professionalità. Se pensiamo che circa l'80% dei pazienti che attualmente affolla gli ospedali potrebbe essere curato a casa con costi molti più contenuti abbiamo già l'indicazione su come procedere ad una nuova riorganizzazione del territorio. 

Di medici ne abbiamo 4,1 per mille abitanti contro una media Ocse di 3,7. 
Gli infermieri sono invece 6,2 ogni mille abitanti, contro i 9,2 dell'Ocse, i 12 della Germania, i 18,4 della Svizzera. Se i dati italiani confrontati con le medie europee ci suggeriscono una rimodulazione del modello organizzativo ne deriva una visione futura dove l'infermiere acquisisce nuove responsabilità precedentemente ricoperte dal medico e lascia spazio ad altre figure sociosanitarie.
L'Assistente Infermiere, Operatori Socio Sanitari, dopo adeguati percorsi formativi risultano indispensabili per  assolvere a funzioni meno complesse e lasciamo agli infermieri il compito di assolvere a ruoli e funzioni importanti, che svolgono benissimo quando  sgravati dagli altri compiti. 
Le liste d'attesa, sono solo un problema politico in quanto da un punto di vista organizzativo  possono essere risolte facendo scegliere ai medici se lavorare nel pubblico o nel privato evitando il conflitto d'interesse. Si può eventualmente tollerare l'attività privata solo quando le liste di attesa nel pubblico sono più corte. Se si chiudono le agende nel pubblico ma lo stesso medico può esaudire la richiesta di visita nel privato il giorno dopo vuol dire che non c'è un problema di liste di attesa ma di discriminazione rispetto a chi non può pagare.
Nell'ambito dei farmaci costosi messi a disposizione dell'utenza non sarebbe male si lavorasse ad una razionalizzazione, su base di evidenze scientifiche, nelle quantità di principi attivi inseriti nel prontuario.

Circa la prevenzione, per evitare di dover intervenire "ex post" e vedersi triplicare i costi in sanità    possiamo affermare che spendiamo li 95% delle risorse per curare coloro che risultano ammalati  e solo il 5% per evitare che ci si ammali. Eppure quello in prevenzione è un buon investimento, basti  pensare che con i soli corretti stili di vita, una  corretta alimentazione, il controllo delle dipendenze  si potrebbe prevenire tra il 30 e il 40% dei tumori.

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